
L’IA è davvero imparziale come crediamo?
- L'IA può esasperare le discriminazioni di genere, etniche ed economiche.
- Studio rivela come le donne siano escluse per via della maternità.
- Creato un 'repertorio' per individuare bias e violazioni dei diritti.
L’intelligenza artificiale, nonostante la sua potenza e natura innovativa, non sfugge ai preconcetti profondamente radicati nella società umana. Uno studio minuzioso, condotto da Veronica Paternolli, una brillante neolaureata di 25 anni, ha evidenziato come l’IA possa rispecchiare ed esasperare le discriminazioni di genere, etniche ed economiche. La sua ricerca, insignita di un premio dall’Università di Verona, ha dimostrato come gli algoritmi, in assenza di un controllo accurato, possano svantaggiare donne, persone di colore e individui provenienti da contesti socio-economici disagiati.
L’analisi delle discriminazioni nell’IA
Veronica Paternolli, originaria della Valsugana e dottore in Giurisprudenza per le tecnologie e l’innovazione sostenibile, ha sviluppato un modello legale per contrastare le disparità nell’IA, con particolare attenzione a quelle basate sul genere. La sua tesi magistrale ha condotto alla formulazione di linee guida rivolte a sviluppatori e utenti, con lo scopo di attenuare i pregiudizi riflessi nei sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dalle aziende per la selezione del personale. L’indagine ha rivelato come le donne possano essere escluse da opportunità lavorative a causa del loro percorso formativo, delle discipline sportive praticate o, in modo più rilevante, a causa della maternità, che implica un maggior numero di giorni di assenza dal lavoro. Per contrastare queste disuguaglianze, Paternolli ha elaborato una specie di “repertorio” che cataloga i principali bias presenti nei sistemi di IA, individuando le violazioni dei diritti e le relative implicazioni normative, e avanzando soluzioni per rendere i sistemi più imparziali.

L’impatto sulle fasce più vulnerabili
L’impegno di Paternolli non si limita alle disparità di genere. L’intelligenza artificiale, infatti, può svantaggiare anche le persone non bianche, giudicandole meno degne di fiducia e quindi meno meritevoli di accedere a finanziamenti. Parallelamente, i soggetti più indigenti sono spesso considerati come individui di scarso valore. Questi stereotipi, tuttora radicati nella società occidentale, vengono assimilati e amplificati dall’IA. La ricercatrice sottolinea che la responsabilità non ricade solamente sulla macchina, ma anche sull’essere umano che immette i pregiudizi all’interno dei sistemi. Per ovviare a queste discriminazioni, Paternolli ha fuso metodologie e strumenti dell’informatica con capacità giuridiche ed etiche. Il suo approccio punta ad annullare lo stigma e a valorizzare il potenziale dell’IA per risolvere le problematiche sociali, una volta che i pregiudizi siano stati estirpati.
Un percorso di studio interdisciplinare
Pur avendo una formazione principalmente giuridica, Veronica Paternolli non si è fatta intimidire dalla complessità degli algoritmi e degli strumenti matematici e statistici. Ha compiuto uno studio approfondito di queste materie per sviluppare il suo modello contro le discriminazioni. La sua inclinazione all’apprendimento e la sua tenacia l’hanno spinta a continuare la sua formazione con un dottorato nel Dipartimento di Informatica, dove si concentra sui sistemi di dematerializzazione e automazione di contratti commerciali. Questo itinerario evidenzia come l’approccio multidisciplinare sia cruciale per fronteggiare le sfide intricate del mondo contemporaneo e per assicurare che l’IA venga utilizzata in modo etico e responsabile.
Verso un futuro più equo: l’IA come strumento di inclusione
La ricerca di Veronica Paternolli costituisce un notevole passo avanti nella comprensione e nel contrasto delle discriminazioni nell’intelligenza artificiale. Il suo lavoro mette in risalto la necessità di un approccio poliedrico che unisca competenze legali, informatiche ed etiche per garantire che l’IA sia uno strumento di inclusione e di sviluppo sociale, anziché un moltiplicatore delle ineguaglianze esistenti. La sua diligenza e il suo impegno dimostrano come i giovani ricercatori possano dare il proprio contributo per costruire un futuro più giusto e sostenibile, nel quale la tecnologia sia al servizio dell’umanità.
Amici, riflettiamo un attimo su questo: l’educazione avanzata non è solo apprendere nozioni, ma anche sviluppare un pensiero critico che ci permetta di smascherare i pregiudizi nascosti nelle tecnologie che utilizziamo quotidianamente. Un concetto base di educazione avanzata è l’importanza dell’interdisciplinarietà: combinare competenze diverse, come il diritto e l’informatica, per affrontare problemi complessi.
Un concetto avanzato è la necessità di un approccio etico nello sviluppo dell’IA, che tenga conto delle implicazioni sociali e dei potenziali rischi di discriminazione.
Chiediamoci: come possiamo, nel nostro piccolo, contribuire a rendere l’IA più equa e inclusiva? Forse iniziando a essere più consapevoli dei nostri stessi pregiudizi e a promuovere una cultura dell’inclusione in tutti gli ambiti della nostra vita.